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Per il terzo anno di fila, l’Amministrazione Comunale di Todi, dispiegando la solita tronfia retorica, si autocelebra come il comune umbro con la più alta densità di imprese rispetto alla popolazione residente. Tuttavia, dietro il dato puramente numerico delle 14,1 aziende ogni 100 abitanti, si nasconde una realtà ben diversa, che merita un’analisi approfondita in grado di smontare gli spin comunicativi dei zelanti collaboratori della Giunta Ruggiano.

In primo luogo, infatti, il modello produttivo tuderte è ormai fortemente incentrato sul terziario e sul turismo, due settori che, pur avendo un ruolo importante nell’economia locale, non brillano certo per la qualità dell’occupazione e l’adeguatezza dei livelli salariali. L’assenza di un tessuto industriale solido (pur con alcune apprezzabili ed importanti eccezioni)

e la mancanza di investimenti in attività manifatturiere innovative limitano fortemente le prospettive di crescita della città e la sua capacità di trattenere giovani talenti. Questa tendenza ha contribuito alla progressiva stagnazione del mercato del lavoro locale e alla riduzione delle opportunità professionali qualificanti.

Difatti, il semplice rapporto numerico tra imprese (comprendendo in esse tutte le partite IVA esclusi gli autonomi) e residenti non può essere l’unico indicatore dello stato di salute del tessuto produttivo tuderte. La vera domanda da porsi è: quante di queste imprese sono realmente attive ed in crescita? Qual è il loro impatto occupazionale? Qual è la loro capitalizzazione? Qual è la loro capacità di attrarre investimenti e di innovare per competere sui mercati?

Se si scava oltre la propaganda dei dati decontestualizzati, emerge un contesto produttivo in declino, caratterizzato da una scarsa propensione alla crescita, da un mercato del lavoro poco dinamico e da una difficoltà cronica nell’attrarre giovani e nuove competenze. Il settore produttivo tuderte soffre di una ridotta diversificazione, con un peso eccessivo di micro-imprese e attività a bassa capitalizzazione, spesso a conduzione familiare od unipersonale e che, ovviamente, faticano a competere nei mercati nazionali e internazionali.

Mentre altre città umbre hanno saputo sviluppare poli innovativi e strategie di crescita in gran parte sostenibili (si pensi, ad esempio, a due comuni simili per dimensione a Todi come Corciano ed Umbertide), la nostra città resta prigioniera di una visione miope incentrata esclusivamente sul turismo (“Todi come Positano!”, per citare una delle sparate più memorabili del Sindaco Ruggiano) che si limita a vantare numeri senza un reale riscontro in termini di sviluppo e benessere per la comunità. A conferma di questa criticità, basta citare solo il fatto che il nostro territorio, purtroppo, registra una bassa capacità di attrazione di nuove imprese e un’emorragia continua di giovani che preferiscono cercare opportunità altrove.

È urgente, dunque, avviare un percorso di “reindustrializzazione” che punti su modelli imprenditoriali innovativi, capaci di valorizzare il capitale umano e tecnologico. Esperienze di successo, come quelle descritte nel libro “Innovatori outsider” (Il Mulino, 2024) di Giulio Buciuni, dimostrano che le realtà territoriali possono rilanciarsi investendo in filiere produttive ad alto valore aggiunto, in startup tecnologiche che sappiano trasformarsi in scaleup e in ecosistemi innovativi capaci di connettere università, imprese e istituzioni pubbliche.

L’Amministrazione Ruggiano, invece di imbastire il “panem et circenses” visto in questi ultimi anni sul turismo e la cultura (peraltro pagato profumatamente dai contribuenti tuderti), avrebbe dovrebbe interrogarsi su come favorire un vero rilancio economico, promuovendo politiche di sostegno all’innovazione, alla formazione e all’occupazione di qualità. Todi non ha più bisogno di numeri da esibire, ma di strategie concrete per ritrovare la via dello sviluppo e della crescita.

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