La fine dell’Ottocento è l’epoca d’oro delle belle voci. Tra queste ve ne era anche una di origine umbra e con successivi stretti rapporti con Todi. Cantò nei più importanti teatri italiani ma anche in Sudamerica, in particolare in Argentina, Brasile e Cile, con tournée favolose e trasferimenti avventurosi. Tra il materiale conservato dai suoi eredi figurano apprezzamenti autografi dei più grandi compositori dell’epoca, tra cui quello di Giacomo Puccini: “Alla distinta artista Signorina Marmora brava interprete di Mimì” (Orbetello, 1920).
Si chiamava Gina Palmucci, che poi in arte assumerà il nome di Nera Marmora. Nata a Terni da una famiglia benestante, si diplomerà maestra elementare. Ma ama cantare, la sua passione è il canto. Musicalità innata, una perfetta intonazione. “Temperamento estroverso, simpatico, sicuro, decide di incamminarsi per il difficile sentiero dell’arte“. Studierà con la contessa Ida Tanfani Bianchini Riccardi, già valente artista.
Gina studia poi, per due anni, all’Accademia di Santa Cecilia a Roma, sotto la direzione di maestri quali Fanny Toresella e Antonio Cotogni, e di Laura Dondini, quale maestra di scena.
Nel giugno del 1914 hanno luogo a Santa Cecilia i saggi dei diplomati. “Al Terzo saggio a Santa Cecilia grande affluenza di pubblico ieri anche perchè si era sparsa la voce che vi sarebbe intervenuta la Regina Margherita (…). Nel canto ammiratissima la signorina Gina Palmucci che ad una bellissima voce accoppia una fine dizione artistica” (Il Messaggero, 18 giugno 1914). In quello stesso saggio canta anche un promettente tenore: Beniamino Gigli.
A novembre dello stesso anno Gina Palmucci, che nel frattempo ha assunto il nome di Nera Marmora, debutta in “Traviata” al Teatro Dauno di Foggia. E’ subito successo, come sottolineano i giornali dell’epoca. Inizia così la sua fulgente carriera artistica. Nel 1915 è Gilda nel verdiano “Rigoletto” sempre in Puglia. E’ Nedda al Giglio di Lucca, e Mimì al Guglielmi di Civitavecchia. Poi è Albinia ne “Il carnevale di Venezia” di Petrella al Teatro Quirino di Roma, e Rosaura ne “Le donne curiose” di Wolf-Ferrari.
Gli anni che seguono sono fitti di date, teatri prestigiosi (tra cui il San Carlo di Napoli), con opere che la vedono cantare a fianco, tra l’altro, di Fernando De Lucia, uno dei massimi tenori di ogni tempo nel mondo. Per lei i critici stravedono: “Quell’adorabile Suzel che è Nera Marmora cantò con una rara squisitezza, dando al quadro idilliaco dell’opera la splendida primavera della sua voce freschissima, la stupenda quadratura del suo canto, la tenera poesia ch’ella imprime al sentimento della sua parte. La deliziosa Suzel, l’ideale Suzel, pienamente all’altezza del divo Fernando De Lucia, condivise con lui il grande trionfo” (Il Mattino, 25 febbraio 1917).
Il 1917 sarà anche l’anno della sua tournée sudamericana, che comporterà una traversata di 36 giorni, con l’Oceano infestato peraltro dai sommergibili tedeschi. Nera Marmora fa parte della “mirabile Compagnia artistica “Impresa Da Rosa-Mocchi”, composta da nomi altisonanti, tra cui, uno per tutti, quello di Enrico Caruso. La stagione viene inaugurata il 22 maggio con “Il cavaliere della rosa” di Strauss. “Quella fu forse la migliore stagione di quante ne aveva viste il Sud America”, ricorda nel suo libro la figlia del direttore d’orchestra Gino Marinuzzi.
Nera Marmora è Sofia ne “Il cavaliere della rosa”, Lisette ne “La rondine”, Helmwige ne “La walkiria”; ed è Adina ne “L’eliser d’amore” con Caruso, e Nedda nei “Pagliacci” sempre con Caruso, e Musetta ne “La bohéme” ancora con Caruso. A fine agosto la Compagnia di sposta in Cile, traversando i valichi andini a dorso di mulo, come allora si era costretti a fare. Al Teatro Municipal di Santiago del Cile, Nera Marmora canta ne “Il segreto di Susanna”, “Il matrimonio segreto” e “Rigoletto”. Il giornale “La Opionion” scrive “Fué ovacionata”. Erano passati appena tre anni dal suo debutto.
Gli anni che vanno dal 1918 al 1922 sono straordinariamente intensi. Non c’è importante Teatro italiano e opera che non la veda protagonista. Ovunque è un successo, con i giornali che utilizzano per lei aggettivazioni mirabolanti. Una tappa, oltre che a Terni, sua città natale, Nera Marmora la farà anche a Todi, dove in un Teatro Comunale “letteralmente gremito di pubblico imponente”, sarà Mimì.
L’attività artistica si concluderà nel 1923, con le interpretazioni al Verdi di Trieste. Nera Marmora è, in pienezza di vita giovanile, nel fulgore della sua arte. Interprete altamente apprezzata e ambita da compositori che si chiamano Puccini, Cilea, Zandonai… Il suo repertorio, oltre alle tante opere già eseguite, comprende, come ci dimostrano i suoi spartiti, Faust, Gioconda, Mignon, Otello, Madama Butterlfly, Manon Lescaut, Tosca, Trittico, Conchita, Franscesca da Rimini, Il grillo del focolare, Cavalleria Rusticana, Il piccolo Marat…
Nel 1923 Nera Marmora si sposa con Cesare Paparini, di nota famiglia tuderte. Va ad abitare a Roma, alle volte anche nel palazzo di Todi, o nel castello della proprietà agricola alle Morruzze. Nell’aprile del 1924 dà alla luce, prematuramente, una bambina, Maria Luisa. A seguito di complicazioni sopravvenute, muore a Roma il 15 aprile 1924. A lei è dedicato il libro “Il soprano nera Marmora” di Bruno Cagnoli (Il Formichiere, edito nel 2016, 204 pagine, euro 25,00).